Abitare solidale: cohousing e social housing

Nel mondo dei social network basta cliccare sulla scritta “Condividi” per mettere gli altri a conoscenza di un evento, una notizia, uno stato d’animo o semplicemente un pensiero. Scegliamo le persone con cui farlo e ritroviamo così una dimensione di socialità. E se facessimo lo stesso anche con uno spazio? Molto probabilmente ne nascerebbe il Cohousing.

L’idea della Coabitazione nasce in Scandinavia negli anni ’60 ed è una nuova modalità residenziale in cui i privati decidono di aggregarsi per condividere degli spazi. Non si tratta di una scelta alternativa, che segue l’ultima moda, piuttosto di una scelta sostenibile. Si pensa il proprio spazio abitativo, il proprio “villaggio”, ma soprattutto lo si progetta insieme. Ci si costruisce un habitat in base alle proprie esigenze e preferenze e lo si autogestisce decidendo cosa mettere in comune e con chi.

Passo preliminare del Cohousing, infatti, è lo scegliersi. Alcuni privati decidono liberamente, pur mantenendo la privacy abitativa, di utilizzare servizi comuni come asili, centri per anziani, lavanderie, palestra, carsharing e così via. Le tipologie di Cohousing possono essere diverse: condomini o villette a schiera, aggregazioni di case unifamiliari attorno ad uno spazio aperto o un vero e proprio villaggio fatto di solito di 20/40 unità abitative dove tutti contribuiscono a mantenere vivibili gli spazi comuni.

Perché si dovrebbe coabitare?

Condividere dei servizi aiuta a ritrovare una dimensione di socialità ormai perduta, permette di scommettere sull’aiuto reciproco, consente di vivere secondo il principio di solidarietà e contemporaneamente riduce costi di gestione. Il Cohousing si sta affermando come strategia di sostenibilità: le abitazioni sono costruite secondo il risparmio energetico e riducendo l’impatto ambientale.

E’ recente la realizzazione di un progetto di Cohousing a Londra, il primo esempio nella capitale inglese. Si tratta di Copper Lane, realizzato dallo studio di architettura Henley Halebrown Rorrison scelto da sei famiglie alla ricerca di soluzioni residenziali che favorissero l’interazione. I sei edifici di 2 o 3 piani si dispongono intorno ad una zona centrale che fa da giardino agli appartamenti del primo piano. Il buon isolamento termico e la ventilazione naturale con recupero di calore riducono al minimo i consumi per le famiglie e il rivestimento in legno di alcune strutture richiama le origini nord europee del progetto.

httpwwwarchdailycomFonte: www.archdaily.com

In Italia è lo Studio Tamassociati ad essere impegnato nella consegna di un insediamento di cohousing, in provincia di Treviso. Nell’ecoquartiere Quattro Passi di Villorba (TV) tutte le abitazioni sono posizionate nel lotto in modo da mantenere spazi verdi e sulla soglia del borgo si trova una “casa comune” per le attività condivise e per gli eventi pubblici. La casa comune ospita, inoltre, la centrale termica a pellet che riscalda tutto l’insediamento, l’impianto fotovoltaico che produce energia elettrica e tutta l’area è ciclopedonale.

Anche il social housing ha a che fare con l’abitare in spazi condivisi quando le case vengono edificate in un contesto di comunione dei servizi, tuttavia esso nasce come tentativo di un ampliamento dell’offerta degli alloggi per quelle persone escluse, per ragioni di reddito, dall’accesso all’edilizia residenziale pubblica.

Oggi il problema della casa è sicuramente uno dei temi caldi: la crescita di situazioni di precariato e i cambiamenti socio-demografici sono alla base della richiesta di abitazioni a prezzi accessibili non solo da parte di ceti bassi, ma anche medi. La perdita del potere di acquisto delle famiglie ha fatto sì che una fascia sempre più ampia intermedia di popolazione non riesca ad accedere all’acquisto dell’abitazione sul libero mercato e dall’altro non rientri nei programmi per l’edilizia residenziale popolare. Il social housing interviene in questa situazione cercando di fornire alloggi con buoni standard di qualità, a canone calmierato e, solitamente, prevede l’intervento dei Comuni o di privati che recuperano o costruiscono edifici da destinare a persone in difficoltà.

Ripensare l’edilizia sociale non è solo un’esigenza quantitativa, ma anche qualitativa. A Parigi, a pochi passi dal Centre Pompidou, nel quartiere di Les Marais, l’Atelier Du Pont in un complesso storico ha progettato ex novo un edificio quasi interamente destinato ad edilizia sociale residenziale, secondo un design innovativo e a basso impatto ambientale grazie ad accorgimenti che consentono alte prestazioni energetiche. Gli architetti hanno mantenuto la volumetria esistente inserendo al centro dell’isolato un nuovo edificio costituito da una facciata in metallo traforato. Negli spazi interni è stato fatto largo uso di materiali naturali unendo così riqualificazione edilizia, esigenza sociale, design e sostenibilità.

architizercomFonte: www.architizer.com

Il social housing non si configura solamente come la risposta ad una problematica meramente economica, ma ha come fine il favorire la formazione di un contesto abitativo e sociale dignitoso all’interno del quale sia possibile non solo accedere ad un alloggio adeguato, ma anche a relazioni umane significative. La sua forte connotazione “social” dovrebbe essere non solo un rimedio alla disuguaglianza abitativa, ma l’opportunità di creare una condivisione che scongiuri fenomeni di esclusione sociale, affinchè non si ripetano gli errori di un passato dove per rispondere soltanto ad un’emergenza abitativa si è finito per creare ghetti e periferie.

Che si tratti di un’edilizia per persone che decidono di vivere accanto e di usare spazi comuni o di un’edilizia che deve rispondere ad esigenze abitative e deve sviluppare l’integrazione siamo, in ogni caso, di fronte ad una nuovo modo di concepire l’abitare. Questi tentativi di reazione all’iniquità abitativa e di creazione di integrazione umana e sostenibilità sociale ed economica rispondono ad un’idea di abitare solidale: una sorta di traduzione architettonica della massima “L’unione fa la forza!”.

Author: Simone Animobono

Credits Cover: www.archdaily.com



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