Alejandro Aravena e lo sviluppo urbano sostenibile

Lo scorso 18 Luglio l’architetto cileno Alejandro Aravena è stato nominato, dal C.d.a. della Biennale di Venezia, Direttore della Sezione Architettura della XV Mostra Internazionale di Architettura, in calendario dal 28 Maggio al 27 Novembre 2016, e “dedicata all’indagine sulla frontiera delle realizzazioni che dimostrano la vitalità dell’architettura, frontiera che attraversa varie parti del mondo e che vede l’architettura impegnata a dare precise risposte a precise domande. Una Biennale che intenda ancora una volta reagire allo scollamento tra architettura e società civile, che nel corso degli ultimi decenni ha portato da un lato alla spettacolarizzazione dell’architettura e dall’altro alla rinuncia della stessa” (Paolo Baratta, Presidente della Biennale).

Arch. Alejandro Aravena Fonte: www.theguardian.com

Arch. Alejandro Aravena
Fonte: www.theguardian.com

Dal canto suo, il neo-nominato Direttore Aravena ha anticipato che “La mostra si concentrerà e imparerà dalle architetture che attraverso l’intelligenza, l’intuizione o entrambe allo stesso tempo, sono capaci di scostarsi dallo status quo. […]. Ci sono numerose battaglie che devono ancora essere vinte e molte frontiere che devono necessariamente espandersi per migliorare la qualità dell’ambiente edificato e, di conseguenza, per migliorare la qualità della vita delle persone. Questo è quello che vorremmo la gente venisse a vedere alla Mostra di Architettura: storie di successo che meritano di essere raccontate, casi esemplari che vale la pena condividere e in cui l’architettura ha fatto, sta facendo e dove farà la differenza in queste battaglie e per queste frontiere”.

Ma quali sono questi “casi esemplari”?

Prima di rispondere facciamo un piccolo passo indietro per capire, innanzitutto, chi è Alejandro Aravena. Nato in Cile nel 1967, è un architetto e docente: si è laureato presso l’Università Cattolica del Cile nel 1992 e nel 1994 ha fondato il proprio studio, che vanta una notevole produzione e vari riconoscimenti, tra cui anche il Leone d’Argento della XI edizione della Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (2008).

All’interno del ricco panorama della sua opera, una delle sezioni più consistenti, sia dal punto di vista quantitativo sia per lo spessore architettonico, sociale ed economico che riveste, è rappresentata dal progetto Elemental S.A., una società no profit, a metà tra un gruppo di volontariato ed uno studio di architettura, fondata da Aravena insieme all’ingegnere Andrès Iacobelli ed all’architetto Paolo Allard nel 2000. Opera nella città, specialmente in quei contesti caratterizzati da scarsità di risorse, con obiettivi di uguaglianza e di miglioramento delle condizioni di vita, attraverso la costruzione di alloggi a basso costo, spazi pubblici e infrastrutture per i poveri, e vede la collaborazione anche della Chilean Oil Company (COPEC) e dell’Università Cattolica del Cile. Lo scopo del progetto è quello di garantire i presupposti tecnici in grado di innescare processi di miglioramento, senza tuttavia modificare le condizioni politiche e del mercato e dando vita ad interventi strategici di sviluppo urbano sostenibile che applichino specifici criteri architettonico-progettuali.

La grande innovazione proposta da Elemental consiste nel sistema della costruzione aperta, un metodo progettuale basato sulla volontà di dare risposta alla crisi degli alloggi frenando, allo stesso tempo, l’espansione delle baraccopoli e del degrado delle periferie. Il progetto-pilota (primo di molti) è quello realizzato nell’area di Quinta Monroy ad Iquique (Cile) nel 2001-2004: qui la sfida consisteva nel realizzare un complesso edilizio destinato ad accogliere le circa 100 famiglie occupanti un insediamento irregolare di mezzo ettaro posto al centro della città, utilizzando il sussidio (circa 10.000 $ a famiglia) messo a disposizione dal programma pubblico Vivienda Social Dinamica sin Deuda (Edilizia sociale dinamica senza debiti). Tali fondi risultavano però insufficienti per coprire il costo terreno, delle nuove infrastrutture e della progettazione e costruzione degli alloggi che, nella migliore delle ipotesi, avrebbero a stento potuto raggiungere i 40 mq di dimensione. Da ciò nasce l’idea, a seguito di un processo progettuale partecipativo a cui hanno preso parte le stesse famiglie, di una tipologia abitativa aperta, che consente di consegnare agli abitanti case semicostruite e del cui completamento si occuperanno da soli successivamente.

Quinta Monroy - Gli alloggi prima della consegna agli abitanti Fonte: www.abduzeedo.com

Quinta Monroy – Gli alloggi prima della consegna agli abitanti
Fonte: www.abduzeedo.com

L’esempio che Aravena riporta a sostegno della sua riflessione è che, invece di ridurre le dimensioni dell’alloggio medio al fine di contenerne il costo, passando dagli 80 mq circa di un’abitazione media ai 40 di una piccola, si potrebbero considerare questi 40 mq non come una casa piccola, ma come metà di una idonea. La questione viene così riformulata e la soluzione cui si arriva è quella che prevede che, con i fondi pubblici, Elemental costruisca la metà essenziale, ciò che gli abitanti non sono in grado di realizzare da soli con elevati standard qualitativi, ossia la struttura portante, l’involucro, la copertura, gli impianti e le stanze di servizio con acqua corrente; l’altra metà, il vuoto che rimane, lo spazio non costruito, sarà in seguito completato secondo le possibilità, le esigenze ed il gusto di ciascuno.

Quinta Monroy - Gli alloggi ingranditi e trasformati dagli abitanti Fonte: www.abduzeedo.com

Quinta Monroy – Gli alloggi ingranditi e trasformati dagli abitanti
Fonte: www.abduzeedo.com

Questa soluzione strategica dal punto di vista economico ha anche un ritorno in termini ecologici, dal momento che la flessibilità e la reversibilità della struttura dell’alloggio, ne garantiscono la sostenibilità; contemporaneamente, il progetto costituisce anche un sistema con cui porre un freno al consumo di suolo ed al fenomeno dell’emarginazione dei gruppi sociali (e quindi dei quartieri) più poveri. Il modello insediativo così definito si propone, infatti, in alternativa all’attuale, tradizionale proliferazione orizzontale delle città sudamericane attraverso l’aumento della densità costruita e partendo dall’ipotesi imprescindibile di mantenere la comunità nel suo luogo di origine, nel quale essa radica anche i propri legami affettivi e lavorativi. Inoltre, in questo modo, si dà a questi nuclei familiari disagiati la possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche attraverso la creazione di uno spazio fisico in cui sviluppare forme di cooperazione e solidarietà.

Quinta Monroy - Dai disegni dei bambini allo stato attuale Fonte: www.focusarchitettura.wordpress.com

Quinta Monroy – Dai disegni dei bambini allo stato attuale
Fonte: www.focusarchitettura.wordpress.com

Il progetto diventa così strategia di appropriazione del territorio, senza tuttavia attribuirsi ruoli prescrittivi ma, al contrario, lasciandosi manipolare dai suoi stessi abitanti e fruitori; il valore dell’architettura di Elemental non va pertanto ricercato nel linguaggio o nella qualità figurativa, ma nella capacità di declinare l’architettura come servizio alla società, e di dare così vita a quei “casi esemplari che vale la pena di condividere” che la prossima Biennale ci permetterà di approfondire.

 Author: Elena Ottavi

Credits cover: www.openbuildings.com



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