Architettura solidale: gli eco-rifugi per gli homeless

Sconfiggere la povertà non è un atto di carità: è un atto di giustizia”, sosteneva Nelson Mandela e, forse, in un mondo che attualmente tollera la sperequazione delle disuguaglianze e lo stato di miseria nella quale vivono oltre due miliardi e mezzo di persone (più di cinque milioni solo in Italia), proprio il principio della giustizia sociale deve aver ispirato i primi architetti, ingegneri e designer che, già da qualche anno, hanno deciso di progettare e brevettare soluzioni innovative per coloro che più di tutti convivono con la povertà: gli homeless, i senza fissa dimora. L’architettura, quindi, incontra e racconta “l’altra-realtà”, quella solitamente trascurata, se non proprio invisibile agli occhi dei più, vissuta dagli homeless, da descrivere attraverso i linguaggi della solidarietà e della dignità. Perché se l’architettura, tradizionalmente, mettendo al centro l’uomo, lo sorprende e lo meraviglia con le sue geometrie variabili e suggestioni spaziali, anche l’architettura “etica” può e deve mettere al centro della sua visione tutti quegli uomini e quelle donne che, per diverse ragioni, sono state espulse dai perimetri della contemporaneità e della socialità. In Italia, come in tante altre regioni del mondo, già da qualche anno si stanno sperimentando soluzioni per provare ad arginare la piaga del profondo disagio abitativo che, soprattutto nelle stagioni più fredde e nelle località più climaticamente rigide, coinvolge migliaia di persone. Analizziamo, perciò, alcuni esempi.

Architettura solidale

Fonte: www.dagospia.com

America. A Los Angeles, lo studio Electroland di Cameron McNall e Damon Seeley, ha realizzato il prototipo dell’”Urban Nomad“. Si tratta di un enorme guscio sgargiante e colorato, con un mini letto estraibile, leggero e ovunque posizionabile. Ad oggi, l’Urban Nomad è ancora un prototipo, nonostante il costo per la realizzazione di un esemplare non dovrebbe superare i 24 dollari.

A Seattle, l’incontro, tra un gruppo di adolescenti della Seattle Youth Violence Prevention Initiative e gli architetti volontari dello studio Olsen Kundig Architects, ha portato alla progettazione di micro case solari “ecologiche, confortevoli e leggere, da trasportare da un posto all’altro” da destinare alla numerosa comunità nomade dei senzatetto della città statunitense. Il progetto, chiamato dai teenagers “La città impossibile” per combattere i pregiudizi e gli stereotipi, prevede mini alloggi “comodi, caldi e sostenibili” dotati di un “sottotetto con uno spazio per riporre gli oggetti, finestre nella parte alta delle pareti per preservare la privacy, pavimento in gomma facile da pulire e prese alimentate dall’impianto fotovoltaico della copertura”. Il rivestimento delle piccole case sostenibili è ottenuto con elementi riciclati. Gli stessi ragazzi, infine, hanno costruito le prime casette cogliendo l’occasione per conoscere meglio la comunità nomade della loro città e contrastare efficacemente e pragmaticamente il culto dell’intolleranza.

Architettura solidale

Fonte: www.fanpage.it

E a materiali riciclabili e a forte trazione ecologica, del resto, restando sempre in America, si è rivolto l’artista Gregory Kloehn che sta utilizzando la sua capacità creativa come motore di azione per un cambiamento positivo. Kloehn, infatti, è il fondatore del “Progetto case senzatetto”, iniziativa per cui ha realizzato con l’upcycle una soluzione significativa: a basso costo, pratica e fantasiosa per la costruzione di rifugi abitabili per coloro che vivono per le strade. Districandosi nella complessa materia di cumuli di spazzatura smaltiti illegalmente, rifiuti commerciali e articoli casalinghi in eccesso accumulati in vicoli e scartati in tutta la città, Kloehn ha trasformato alcuni di questi rifiuti tramite la metodologia dell’upcycle, ricavando materie prime per realizzare muri, tetti, porte, finestre, ruote e serrature. Le strutture sono realizzate su piccola scala, con particolare attenzione ad una combinazione di colori vivaci e freschi dettagli di design. In questo caso, la qualità estetica lascia spazio alla qualità etica del progetto con l’architettura che profonde un alto valore sociale nella sua azione per trasmettere un altro senso alla realtà.

Australia. “FutureShack”, nome del progetto dell’architetto new wave di Melbourne Sean Godsell, è una vera e propria casa, con tanto di bagno e stanza da letto, realizzata in materiale riciclabile, smontabile e rimontabile in ventiquattro ore.

Architettura solidale

Fonte: www.architetturaecosostenibile.it

Inghilterra. A Londra, forse, è stata brevettata e costruita la proposta ad oggi più innovativa. L’architetto e designer James Furzer di Spatial Design Architects ha ideato un originale rifugio per accogliere temporaneamente chi si trova a dover vivere e dormire per strada: si tratta di strutture “parassite” che sfruttano gli edifici esistenti. Tali capsule abitative, sopraelevate dal piano stradale e addossate agli edifici, prevedono un letto, delle mensole e una scaletta esterna mobile per l’accesso.

Italia. Gli ultimi due prototipi sono “made in Italy”. Sia in città grandi, come Milano, sia in città medio-piccole, ossia la stragrande maggioranza dei Comuni della nostra penisola, soprattutto a causa della crisi economica non ancora del tutto superata, gli spazi urbani – periferici e non solo – sono diventati dei veri e propri “centri di accoglienza informale e temporanea” per cittadini italiani e stranieri che, per diverse ragioni, non hanno o non hanno più una casa. Per provare a dare una risposta a queste nuove e drammatiche emergenze sociali, pertanto, l’architetto Cherubino Gambardella, con la collaborazione della Seconda Università di Napoli, ha realizzato il progetto “Plastic Village – Il limite imperfetto tra architettura e design”. L’idea del prototipo, in scala 1:1 in legno e plastica, è quella di introdurre una nuova concezione di ospitalità per rispondere non solo alle esigenze architettoniche di funzionalità, ma anche a quelle estetiche, dando una risposta abitativa alla prima emergenza. L’obiettivo è, citando le parole dell’architetto Gambardella, “dare all’accoglienza un carattere gradevole sin dalla prima fase, che è quella più difficile, dell’ospitalità immediata, che va risolta in modo sorridente e architettonicamente plausibile, nell’attesa o di una implementazione definitiva della struttura di prima accoglienza o, ancor meglio, di una più solida politica di integrazione stabile.”

Architettura solidale

Fonte: www.domusweb.it

Si chiama, invece, “Pro.Tetto” il rifugio – gonfiabile, autoportante, poco ingombrante e usa&getta – progettato da Andrea Paroli. L’intercapedine d’aria che si forma una volta gonfiato isola il tetto ed evita la formazione di umidità all’interno. Anche la forma è stata individuata per soddisfare questa esigenza primaria, oltre che per potersi adattare a quegli spazi ridotti e riparati solitamente scelti dai senzatetto e che si trovano negli interstizi delle città. È costituito da tre camere d’aria attraverso la termosaldatura di un film in PET metallizzato oro e argento, un materiale già utilizzato per le coperte isotermiche d’emergenza che permette di mantenere il calore corporeo tenendo il lato d’argento rivolto all’interno. La scelta dell’oro per l’esterno, infine, consente ai volontari di individuare più facilmente chi dorme all’aperto, ma ricorda anche ai passanti distratti di considerare queste persone come abitanti della città.

Credits: www.youtradeweb.com

Author: Giuseppe Milano, giornalista ambientale



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