Architetture ad alta quota: i rifugi alpini contemporanei

Negli ultimi anni l’architettura dei rifugi alpini, da sempre legata al riferimento tipologico della baita tradizionale, sta attraversando una profonda trasformazione. Infatti, se da un lato tali strutture sono spesso (quasi sempre) state considerate e progettate da un punto di vista quasi esclusivamente funzionale (dovevano costituire luoghi di rifugio e riparo, in caso di condizioni atmosferiche sfavorevoli, e di ristoro), dall’altro la tendenza di oggi privilegia sempre più aspetti quali la morfologia ed il rapporto con il contesto, lo studio di volumetrie compatte e quindi meglio rispondenti alle sollecitazioni prodotte dal vento, l’ottimizzazione delle risorse, dell’energia e degli spazi, la riduzione dell’impatto ambientale.

La condizione di isolamento che generalmente caratterizza i rifugi costituisce, al tempo stesso, un elemento identitario ed un limite, in quanto da ciò deriva quasi sempre la mancanza di collegamenti alle reti infrastrutturali, di scarichi fognari, di accessi (spesso queste strutture sono raggiungibili solo a piedi o per mezzo di elicotteri). Tali fattori si ripercuotono, di conseguenza, sull’approvvigionamento di energia e risorse e sulle scelte relative agli aspetti costruttivi e di manutenzione.

Non a caso tra gli aspetti fondamentali che oggi guidano gli interventi di ristrutturazione e nuova edificazione di queste architetture estreme ci sono la minimizzazione dell’impatto ambientale, l’ottimizzazione delle risorse e l’autosufficienza.

L’impatto ambientale è generato dalla presenza e dalle attività umane e si manifesta, ad esempio, nella produzione di rifiuti e nell’inquinamento dovuto al trasporto di materie prime ed agli impianti di produzione dell’energia. In questo ambito, una delle strade percorribili è quella del miglioramento tecnologico in chiave di riduzione delle risorse necessarie e di smaltimento.

Dal punto di vista dell’energia, la priorità, a fronte delle difficoltà di approvvigionamento, consiste nella limitazione di consumi e dispersioni (ad esempio attraverso l’adeguata coibentazione) e nell’integrazione delle risorse disponibili con quelle rinnovabili.

Sono svariati gli esempi recenti di rifugi alpini che mettono in pratica questi obiettivi in forme e soluzioni anche molto diverse tra loro e spesso criticate, specie nei casi in cui hanno dato vita ad architetture dal sapore avveniristico. Come nel caso del nuovo Bivacco Gervasutti, realizzato (o, meglio, assemblato) sul ghiacciaio del Freboudze (massiccio del Monte Bianco) ad un’altitudine di 2.835 m di fronte alla parete Est delle Grandes Jorasses in Valle d’Aosta, e che ha sostituito la precedente struttura prefabbricata in legno del 1948. E’ nato dalla progettazione di uno spazio minimo ed ergonomico per dodici posti letto: la soluzione ha definito una pianta di dimensioni 8 x 2,40 m (30 mq circa) costituita da quattro moduli realizzati in cantieri posti a valle, poi trasportati in quota ed assemblati per mezzo di elicotteri. Infine fissati a una trave-binario ancorata per metà alla roccia e per metà a sbalzo. L’involucro esterno, un guscio strutturale in materiale composito (sandwich vetroresina e pvc ad alta densità) resistente per forma, risolve tutte le prestazioni (meccaniche, di coibentazione e peso) mentre un impianto fotovoltaico garantisce l’autosufficienza dal punto di vista energetico per tutto l’anno.

Fonte: www.domusweb.it

Sempre sul Monte Bianco, ma a quota 3.835 m circa, troviamo un’altra realizzazione che ha fatto molto discutere per il suo design: il Rifugio Gouter. Si tratta di una struttura di legno e acciaio inox, in parte sospesa, e progettata secondo principi ecosostenibili e di basso impatto: la forma ovoidale consente alle raffiche di vento (che qui raggiungono anche i 300 km/h) di scivolare sui fianchi spingendo la neve dietro all’edificio, dove è collocato l’impianto di raccolta e trattamento dell’acqua. I pannelli inox dell’involucro esterno sono capaci di resistere alle forti escursioni termiche ed ospitano i pannelli fotovoltaici e solari che producono il 20% del fabbisogno di energia elettrica e l’80% di quella termica tramite un impianto a biomassa. All’interno la struttura è isolata grazie a pannelli in fibra di legno riciclato.

Fonte: www.edilizianews.it

Fonte: www.edilizianews.it

In legno ma rivestita in alluminio è anche la struttura del nuovo Rifugio del Monte Rosa, collocato a 2.883 m nel massiccio del Monte Rosa, tra il monte Cervino e la Punta Dufour. E’ costituito da un volume compatto, monolitico appoggiato sulla roccia, in un contesto estremamente inospitale per l’uomo. Come per il Rifugio Gouter, anche qui la forma compatta risponde a problematiche ben definite, in questo caso legate all’efficienza energetica: essa consente infatti di minimizzare la superficie esterna e di ridurre, di conseguenza, la dispersione del calore. I prospetti consentono di risparmiare e accumulare energia, rispettivamente attraverso l’alta capacità isolante dei materiali utilizzati e le ampie finestre a nastro; la facciata sud, rivestita interamente con pannelli fotovoltaici, rende l’edificio autosufficiente per il 90% del fabbisogno giornaliero interno.

Fonte: www.domusweb.it

Fonte: www.domusweb.it

Accanto a queste soluzioni di notevole impatto dal punto di vista formale, ma anche estremamente evolute sotto il profilo tecnico e tecnologico, ci sono quelle che tentano di stabilire un rapporto più mediato e di dialogo con il contesto. Come il rifugio Piz Boè – Alpine Lounge, realizzato nel 2014 a monte della cabinovia Boè, in Alta Badia a 2.190 m di quota. Si presenta come un volume basso ed allungato, espressione di rispetto e valorizzazione del paesaggio circostante, ed è costruito con materiali semplici e naturali, come il legno e la pietra dolomitica, che ne identificano sia l’ambiente interno che esterno. Si caratterizza per la presenza di un’ampia vetrata di 34 m con telaio in alluminio a scomparsa a soffitto e a pavimento che regala una vista panoramica su tutta l’Alta Badia. Dal punto di vista del risparmio energetico il rifugio è classificato come Casa Clima classe B.

Fonte: www.archilovers.com

Fonte: www.archilovers.com

Pertanto, posto che sotto il profilo tecnico e tecnologico le soluzioni sono svariate e molto diverse tra loro, e posta l’imprescindibilità di adottare gli accorgimenti progettuali finalizzati alla minimizzazione dell’impatto ambientale, all’ottimizzazione delle risorse e all’autosufficienza, resta comunque doveroso, a mio avviso, mantenere aperta una riflessione: fino a che punto è lecito spingere la ricerca in questi ambiti? Fino a che punto è giusto imporre architetture estranee, quasi aliene, per forma e morfologia in tali contesti paesaggistici unici, quando, invece, sarebbe più opportuno fare un passo indietro a maggiore tutela delle bellezze naturali?

Author: Elena Ottavi

Credits cover: www.archilovers.com



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