Oltre le Smart City: le città Open Source

Vivere in città sempre più accoglienti e intelligenti, funzionali ed emozionali. In città nelle quali, con l’ausilio delle nuove tecnologie digitali come i social network, non sia profonda, socialmente e culturalmente, la dicotomia tra eletti ed elettori, con ciascuno che, a prescindere dal proprio ruolo, concorre al progresso e al benessere di tutta la comunità. In città nelle quali, collegando le piazze reali a quelle virtuali, non siano pochi a decidere arbitrariamente il destino di tanti, ma tanti a condividere collegialmente le migliori soluzioni possibili per tutti. Piacerebbe, forse, a molti vivere in contesti simili. E quel che fino ad alcuni anni fa poteva sembrare un’utopia, oggi inizia ad assumere i tratti di un’epifania: ossia, con la crescente diffusione di Internet e delle sue potenzialità in tutto il Paese e una conversione anche culturale dei paradigmi sociali finora vigenti, anche in Italia stanno nascendo le “Città Open Source”. Per le quali, quindi, potrebbe essere valida la riflessione dell’architetto Stefano Boeri secondo cui “le città non sono fatte di abitazioni, ma di abitanti”. Di cittadini attivi, come si direbbe oggi, che in modo sempre più consapevole ambiscono a partecipare pragmaticamente ai processi decisionali orientati a trasformare in meglio il territorio nel quale vivono. Urbanità sempre più spesso contraddistinte da un’esiguità di spazi pubblici e da una pluralità di beni immobili, talvolta dal grande valore sia architettonico sia identitario, degradati e abbandonati. Ed è proprio sulla base di queste premesse, rivelatrici di un profondo cambiamento antropologico in corso tutto da esplorare, perciò, che la seconda edizione del 2013 della Biennale dello Spazio Pubblico ha previsto più focus per conoscere e descrivere quel “fenomeno multiplo di costruzione e ricostruzione dello spazio pubblico che a partire dal virtuale ricade sul reale e viceversa. Attraverso lo spazio virtuale, il civic engagement (il coinvolgimento dei cittadini) sollecita una varietà di forme di attivismo: si organizzano non solo raduni pubblici e momenti aggregativi, ma anche progetti innovativi in grado di reimmaginare l’uso e la costruzione di spazi pubblici reali”. La città open source, nella quale si saldano dal basso innovazione tecnologica ed innovazione sociale, pertanto, si costruisce attraverso “la sperimentazione assidua di processi di decodifica e di cooperazione interpretativa, in cui si riempiono i vuoti di un ambiente abbandonato o “prescritto”. Rispetto al passato, le nuove tecnologie sovvertono gli sguardi sulla città e sui suoi abitanti, non più cittadini utenti e utilizzatori degli spazi pubblici, ma protagonisti, spesso informali e temporanei, dei loro luoghi di vita, capaci di ridare senso e significato allo spazio pubblico”. Con questo nuovo “umanesimo 2.0” agito attraverso sia l’uso del web e di app sia di azioni puntuali di riuso urbano che permettono la trasformazione di un’immaginazione collettiva in una visione condivisa, la città open source diventa anche una città di narratori capaci di raccontare con linguaggi spontanei e nuovi il territorio e di disegnare nuove geografie spaziali. Per configurare nuovi universi sociali. Analizziamo, ora, alcune delle best practice realizzate in Italia e nel mondo.

città Open Source

Fonte: www.acbl.org

Stati Uniti. “[im]possible living” è il sito web crowdsourced dedicato al riutilizzo di edifici abbandonati in tutto il mondo. Fornisce strumenti e servizi alle persone che cercano di sollevare, discutere e di risolvere il problema degli edifici abbandonati. Gli utenti possono contribuire in maniera diretta al database autogenerato in wiki, segnalando edifici abbandonati sul sito web (fornendo l’indirizzo, foto, video, una descrizione riguardanti la proprietà). Una volta mappato, il progetto fornisce gli strumenti per coinvolgere una community online che condivida risorse per la riattivazione.

A Chicago, è stata soprattutto l’amministrazione comunale a spingere sull’uso virtuoso degli open data. Tra le piattaforme online più popolari in città, Chicagolobbyists.org – sito organizzato sulla base della filosofia open data, open source e open government – monitora il rapporto tra il Comune e le lobby, per promuovere la trasparenza. L’accesso e la condivisione delle informazioni ha l’obiettivo di rendere i servizi più efficienti, far risparmiare tempo e, sul lungo periodo, anche di abbattere i costi della burocrazia.

città Open Source

Fonte: www.wikimedia.org

Austria. La città di Linz ha lanciato, qualche anno fa, la campagna per diventare la prima area urbana in Europa “open-commons”. Si punta a incoraggiare l’uso di dati, software, materiali per l’insegnamento e l’apprendimento liberamente accessibili. Linz, peraltro, era già stata all’avanguardia prendendo provvedimenti pionieristici per avvicinare i cittadini a Internet: dal 2005 è in corso l’iniziativa Hotspot per garantire l’accesso gratuito a Internet a chiunque. Prevedendo, inoltre, per ogni cittadino la disponibilità di uno spazio web e di una casella di posta elettronica personale sui server della città. Con l’area open commons di Linz che servirà sia per soddisfare le necessità pubbliche sia per portare stimoli economici.

città Open Source

Fonte: www.citymetric.com

Roma. Il progetto City-Hound punta alla semplificazione dei processi di trasformazione temporanea degli spazi urbani sottoutilizzati. Alla base di questa innovazione, una piattaforma web, strumento catalizzatore di energie e disponibilità, capace di attivare un corto circuito finalizzato alla riappropriazione dello spazio e alla costruzione di nuove forme di socialità.

Milano. Nel capoluogo lombardo, con l’iniziativa “Non-Riservato” si promuove una mappatura di soggetti impegnati a riutilizzare luoghi sottoutilizzati e in grado, con la loro azione, di interpretare lo spazio pubblico come catalizzatore per la creazione di community. Ne emerge un’immagine inedita della città, nella quale le coordinate tradizionali centro/periferia sono sostituite da altre più trasversali, caratterizzate da un crescente desiderio di partecipazione attiva e di riscoperta dei propri quartieri da parte della collettività.

città Open Source

Fonte: www.metatrieste.com

Trieste. È in questa città che, probabilmente, si trova l’esperienza più innovativa sperimentata negli ultimi anni. A Trieste, infatti, per trasformare l’ecosistema naturale in digitale e attraverso la lente del dialogo continuo tra cittadinanza e pubblica amministrazione, si è cercato di migliorare e rendere accessibile la leggibilità e la fruizione dello spazio cittadino. Uno spazio aperto in cui, con il progetto Metatrieste, fisico e digitale si incontrano e si fondono. Il lavoro, pertanto, è stato quello di rendere visibile l’idea immateriale di Città Piattaforma nella quale non solo fosse possibile accedere ed utilizzare informazioni e servizi, ma fosse possibile soprattutto attivare i cittadini e gli operatori per poterne creare di proprie, mediante la ricombinazione di quanto disponibile. Per generare una Città Open Source, in grado di rigenerare l’identità della comunità attraverso la sua autentica partecipazione ai processi urbani, nell’ambito di Metatrieste, sono stati elaborati cinque diversi progetti. Con l’orizzontalità del dialogo, la raccolta e l’accessibilità degli Open Data da parte di tutti (PA e cittadini) che rappresentano la pietra miliare del progetto e producendo, infine, un sistema scalabile e adattabile capace di rispondere in modo diverso alle diverse istanze del territorio.

Credits cover: www.portofelice.it

Author: Giuseppe Milano, giornalista ambientale



Vuoi sapere qual è il rivenditore a te più vicino o avere maggiori informazioni? Contattaci!

Nome*

Email*

Cognome*

Provincia*

Messaggio

vedi anche

altri articoli