Come la Gentrification cambia le nostre città

“La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è, anzi, l’invenzione dell’uomo”. Non sapremo mai, probabilmente, se quando l’architetto italiano Renzo Piano ha pronunciato questa sua riflessione stava pensando ad uno dei suoi innovativi progetti o agli effetti delle trasformazioni di origine antropica delle nostre città. Perché, da almeno un decennio, le Città sono sempre più attraversate, nella consapevolezza forse di pochi, da profonde mutazioni socio-economiche che ne stanno ridisegnando i confini, la forma, il suo “genoma identitario”. Le città che, occorre ricordare, secondo uno studio del 2014 delle Nazioni Unite, entro il 2050, accoglieranno oltre il 70% della popolazione mondiale, con questa proiezione che impone ad urbanisti e amministratori di prevedere per tempo adeguate soluzioni per fronteggiare la complessità antropologica-sociologica crescente e riverberante entro i “muri” urbanizzati. E’ nella città, quindi, che bisogna trovare la soluzione ai suoi problemi. Alla domanda, forse sempre uguale nel corso dei secoli, di vivere in luoghi sicuri, accoglienti e comfortevoli – anche sulla base di una dotazione di servizi di qualità – dovrebbero seguire risposte urbanistiche contemporanee che abbiano sempre al centro la dignità delle persone e il principio dell’uguaglianza. Da qualche anno, però, non solo nel resto del mondo, ma anche in Italia, la sensazione è che si stia rispondendo alle metamorfosi sociali in atto nel modo sbagliato. Si sta affermando, infatti, il modello della Gentrification.

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Fonte: www.ryseconnected.com

Il termine – coniato per la prima volta nel 1964 dalla sociologa Ruth Glass, che con questo neologismo voleva indicare “l’imborghesimento”, essendo la “gentry” la “gente per bene” – sta ad indicare l’occupazione da parte della middle class di quei quartieri solitamente e tradizionalmente vissuti dalla working class, dai quali vengono gradualmente espulsi. Quando parliamo di gentrification, quindi, dobbiamo intendere quel processo, per taluni inevitabile per altri meno nell’idea che “il rinnovamento urbano” sia un fenomeno naturale, di “ricambio sociale” attraverso il quale si riconfigurano territori fisicamente e socialmente degradati. La rifunzionalizzazione urbanistica ed architettonica del patrimonio edilizio, pertanto, producendo una valorizzazione degli stessi immobili e una “ricapitalizzazione estetica” del territorio determina, come reazione, l’esclusione sociale e la migrazione verso le aree periferiche degli abitanti “storici” che non possono permettersi più economicamente lo stile di vita del quartiere “gentrificato”. A questo proposito, per meglio descrivere il fenomeno, è opportuno evidenziare, secondo la “gentrification literature” sviluppatasi a cominciare dagli anni Ottanta del secolo scorso nei paesi anglosassoni, gli aspetti tipici di questo processo: la colonizzazione di territori prossimi al centro, l’espulsione dagli stessi della classe operaia e il recupero del patrimonio immobiliare, con relativa valorizzazione. Dopo oltre 35 anni, queste caratteristiche si sono relativizzate. E intendendo, perciò, trasformazioni molto più ampie di un tempo, con questo neologismo possiamo intendere “quel fenomeno fisico, sociale, economico e culturale per cui un quartiere cittadino, generalmente centrale – ma non necessariamente – abitato dalla classe lavoratrice e, in generale, da ceti a basso reddito, si trasforma in zona d’elezione per la più ricca classe media”. Si potrebbe, conseguentemente a quanto esposto, pertanto, ritenere la gentrification come l’altra faccia della rigenerazione urbana. Due volti della stessa medaglia. Ma sarebbe, tuttavia, un errore grave. I processi di rigenerazione urbana, infatti, oltre ad essere spesso promossi dalle Amministrazioni Locali e da soggetti pubblici, si pongono l’obiettivo di elevare la qualità della vita di chi ci vive, rendendo attrattive e competitive aree degradate o contaminate, preservando il principio della giustizia sociale.

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Fonte: www.casadiringhiera.com

La gentrificazione, invece, come abbiamo visto, venendo agita essenzialmente da privati e favorendo – per dirla con le parole del Simmel – “l’inaccessibilità urbana”, istiga all’esclusione sociale e accentuando, potenzialmente, le piaghe delle disuguaglianze e delle povertà. Un’ulteriore differenza, poi, tra rigenerazione urbana e gentrificazione è che la prima dovrebbe prevenire e limitare il consumo di suolo; la seconda lo promuove: è inevitabile, infatti, che chi è espulso dal proprio originario territorio vada ad occuparne altri, economicamente accessibili, solitamente posti a molti chilometri dal centro cittadino. È, in questo senso, la vittoria delle logiche speculative e di mercato sul diritto di ogni singolo individuo a vivere dove si vorrebbe. Contribuendo, anche socialmente, a diffondere quel modello di società “liquida” descritta da Baumann. Coloro che propongono la rigenerazione urbana come panacea di tutti i mali senza porsi il problema della sua sostenibilità sociale dovrebbero accorgersi che le città sono organismi socialmente troppo complessi per essere lasciate solamente agli indirizzi del mercato. Venendo ad appiattirsi i conflitti per assenza di diversità e conseguentemente venendo ristrutturata l’identità urbana, si sta rischiando – per dirla con le parole del professore di Sociologia all’Università di Torino Giovanni Semi – la conversione a “Disneyland” delle grandi città nelle quali l’icona è l’omologazione culturale.

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Fonte: www.alextimes.com

Un’esperienza positiva, degna di essere citata, arriva da Amburgo. Dal sito dell’Istituto Nazionale di Urbanistica si può leggere che “nella città tedesca, un gran numero di unità abitative ad affitto basso, occupate da cittadini dal reddito modesto, sono state migliorate con un costo aggiuntivo per i residenti di soli tredici centesimi per metro quadro. A tutti è stato chiesto di lasciare temporaneamente gli appartamenti nel corso dei lavori. I cittadini di Amburgo, attraverso il loro governo, hanno impiegato 78 milioni di euro per migliorare e rinnovare migliaia di appartamenti in una zona non ricca e azzerarne le emissioni di anidride carbonica. Si è data la possibilità di far vivere in un modo migliore e, con maggiori benefici, i cittadini meno privilegiati, residenti in un’area degradata”. E sempre sul binario dell’inclusione e dell’innovazione sociale, viaggia la sperimentazione democratica avviata anni fa in una piccola cittadina americana, Northland. Qui, infatti, come riferiscono i professori universitari Schemenauer & Walker,è stato coniato il nuovo neologismo “immigrantification”, ossia quel processo di trasformazione urbana che nasce dall’immigrazione e dalla gentrification. Ma, rispetto ad essa, è in antitesi: le comunità di immigrati del posto, infatti, riconosciute dalla municipalità e in un’ottica di interazione sociale, nel volgere di qualche anno, sulla base di una domanda di beni e servizi da soddisfare, hanno prima avviato attività commerciali in aree degradate, poi le hanno riqualificate funzionalmente e architettonicamente, poi hanno creato nuovi posti di lavoro attraverso attività collaterali. Lanciando un messaggio culturale potente, contro ogni forma di ghettizzazione individuale e discriminazione morale. Un messaggio che nell’Europa di oggi attraversata da forti venti di guerra, forse, andrebbe ascoltato.

Credits cover: www.kalw.org

Author: Giuseppe Milano, giornalista ambientale



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