Milano Expo 2015. Il dopo.

Lo scorso 31 ottobre, come da programma, è calato il sipario sull’esperienza italiana di Milano Expo 2015. Anche in quest’occasione, così come prima e durante l’esposizione, non sono mancate polemiche e discussioni circa la gestione confusa e spesso poco chiara degli aspetti economici ed organizzativi e delle tempistiche. Tuttavia se da un lato fioccavano critiche e malumori, dall’altro c’era chi, fino all’ultimo, ha chiesto e sperato in una proroga dei tempi di apertura al pubblico. Così non è stato e, a partire dal 1° Novembre, è iniziata la nuova fase del “dopo Expo”.

Ma quale futuro spetta ora all’area ed ai padiglioni che per sei mesi sono stati palcoscenico dell’evento? Quale rapporto si definirà adesso tra tali strutture ed i principi fondamentali di sostenibilità, riciclabilità e riuso, descritti e sviluppati all’interno delle “Sustainable Solutions Guidelines. Design, construction, dismantling, reuse” (cfr. “Declinazioni del legno ad Expo Milano 2015″) e posti alla base del programma e dei progetti Expo?

Dopo Expo

Fonte: www.ilpost.it

Sono destinate ad essere tutte smantellate le architetture che sorgono lungo il Decumano: quelle che ospitano i servizi, realizzate in prefabbricati di legno, verranno smontate, mentre la sorte dei singoli padiglioni dei Paesi partecipanti varia a seconda dei casi. Per alcuni è prevista la semplice demolizione, la quale deve essere tuttavia condotta con l’obiettivo di ridurre al minimo l’impatto ambientale, di recuperare e riciclare i rifiuti, di contenere le emissioni di polveri, le vibrazioni e l’inquinamento acustico. Essa deve svolgersi secondo criteri selettivi che consentano di garantire la tracciabilità e il recupero della massima quantità possibile di rifiuti, rigorosamente differenziati e suddivisi tra riutilizzabili e non e per tipologia. Verranno demoliti, ad esempio, i padiglioni di Kazakistan, Cina, Germania, Spagna, Corea.

Stessa sorte anche per quello del Giappone, che ha suscitato polemiche per le lunghissime code all’ingresso, e per il quale si prevede una demolizione finalizzata alla rivendita separata dei materiali che lo costituiscono.

Dopo Expo

Fonte: www.milano.repubblica.it

Altri padiglioni sono invece destinati allo smontaggio per poter poi essere ricollocati altrove. E’ il caso, ad esempio, di quello molto celebrato degli Emirati Arabi Uniti, progettato da Foster+Partners: esso verrà trasportato a Masdar, la utopistica smart city (anch’essa progettata dallo studio Foster+Partners) che sorge nei pressi dell’aeroporto internazionale di Abu Dhabi e che conta esclusivamente sull’utilizzo di energia solare e su un’economia ad emissioni zero. Queste complesse operazioni, oltre a farci riflettere (e dubitare?) sulla loro effettiva sostenibilità, vogliono già cominciare a delineare il percorso verso l’Esposizione Universale di Dubai 2020, che avrà come tema Connecting Minds, Creating the Future.

Dopo Expo

Fonte: www.expo2015.org

Ricollocazione e rifunzionalizzazione è ciò che spetta anche al padiglione della Gran Bretagna, che verrà rimontato per diventare una land-art, a quello del Principato di Monaco, donato al Burkina Faso per ospitare una sede operativa della Croce Rossa, ed a quello della Svizzera, i cui quattro silos torneranno in patria per essere utilizzati come serre, mentre ciò che resta del loro contenuto (mele, caffè, sale e acqua) sarà devoluto al Banco Alimentare.

Altri Paesi, come Francia, Belgio e Brasile hanno invece deciso di vendere i proprio padiglioni, per cui il loro futuro sarà deciso in seguito.

Dopo Expo

Fonte: www.inexhibit.com

Ciò che invece rimarrà al proprio posto sono gli edifici simbolo di Expo: Palazzo Italia, il Padiglione Zero e l’Albero della Vita. Essi saranno temporaneamente chiusi al pubblico fino al termine delle operazioni di smontaggio, previsto entro il 30 Giugno 2016, per diventare poi nuove polarità per le attività e le funzioni che verranno insediate nell’area.

E che ne sarà dell’area e dei circa 110 ettari su cui i luoghi e gli spazi dell’esposizione avevano trovato posto? E’ questa probabilmente la sfida più difficile ed allo stesso tempo più importante, quella che decreterà le capacità di Milano e dell’Italia di saper ri-dare vita a quello che, momentaneamente, è un contenitore vuoto, e di trasformarlo in qualcosa di utile e duraturo. Attualmente sono varie le proposte in ballo: tra le più convincenti vi sono quella riguardante il progetto del nuovo campus per l’Università Statale di Milano, ora diffusa in varie sedi periferiche, e quella che prevede l’insediamento nell’area di un polo di imprese innovative, una sorta di “Silicon Valley” italiana.

Tuttavia quella che in questi mesi, sembra, prendere forma sempre più concretamente è l’idea di adibire parte degli spazi dell’Expo (circa 70.000 mq) a cittadella della scienza destinata allo sviluppo di tecniche e tecnologie per il miglioramento della qualità della vita (invecchiamento, malattie, alimentazione, materiali sostenibili, ecc.). Il tutto risponde al nome di “Human Technopole. Italy 2040″, la cui gestione dovrebbe essere affidata all’Istituto Italiano di Tecnologia (I.I.T.) di Genova, in sinergia con un corredo di atenei, industrie ed istituti di ricerca. La validità e l’efficacia del progetto, sarebbero valutabili solo sul lungo periodo, circa 25 anni secondo le stime (da qui il titolo “Italy 2040″), e porterebbero con loro benefici per tutta la popolazione, dall’aumento dei posti di lavoro, al miglioramento del sistema sanitario nazionale.

Dopo Expo

Fonte: www.ilgiorno.it

Non siamo tuttavia in quella fase: al di là delle proposte mancano ancora decisioni concrete e piani che guardino, in maniera organica e funzionale, al di là dei tempi fissati per lo smantellamento delle strutture temporanee. Saranno i prossimi mesi a stabilire se l’esperienza italiana di Expo si concluderà con la chiusura al pubblico delle sue architetture o se, invece, da qui saprà ripartire.

Credits cover: www.blog.urbanfile.org

Author: Elena Ottavi



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