La rigenerazione urbana per fermare il consumo di suolo

Se l’Italia, fino a qualche decennio fa, era universalmente riconosciuta come il “Bel Paese” per la straordinaria unicità del suo patrimonio naturalistico e paesaggistico, oggi, purtroppo, forse sarcasticamente, il principale appellativo con cui potrebbe essere indicata è “Paese grigio”. Grigio come il cemento che l’ha sigillato. L’Italia è, rispetto alla sua popolazione residente e alla sua estensione territoriale, tra i paesi europei più cementificati. E proprio dall’Europa è giunto, agli Stati sovrani, in questi anni, mediante una serie di prescrizioni, l’invito a contrastare il più efficacemente possibile in modo particolare il soil sealing, ossia l’impermeabilizzazione dei suoli. “L’impermeabilizzazione – scrive Paolo Pileri, docente di Pianificazione Territoriale al Politecnico di Milano – rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità, suscita particolare preoccupazione allorché vengono a essere ricoperti terreni agricoli fertili, aree naturali e seminaturali, contribuisce – insieme allo sprawl urbano – alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale”.

Fonte: www.architetti.com

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Il suolo, oggi, forse non è ancora percepito da tutti come un bene comune da preservare e proteggere. È, infatti, una risorsa non rinnovabile: per fare 2,5 centimetri di spessore di terreno fertile ci vogliono 500 anni. Il suolo, con le sue molteplici valenze economiche, ambientali, sociali, culturali, è la piattaforma sulla quale si è sviluppata la società umana che ci fornisce cibo, biomassa e materie prime. È, inoltre, il primo strumento di difesa per mitigare gli effetti dei dissesti idrogeologici, proprio per la sua capacità assorbente: un solo ettaro di terreno riesce a trattenere 3,8 milioni di litri d’acqua. Se lo impermeabilizzo, l’acqua acquista velocità e diventa più pericolosa quando arriva a valle nei centri urbani. L’Ispra – l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – a maggio scorso ha pubblicato il suo annuale rapporto sul consumo di suolo in Italia e ha fornito dati allarmanti, ma altrettanto utili per chi è disposto a leggerli e a impiegarli per ridefinire gli strumenti di pianificazione per il governo del territorio.

Si stima che il 7% della superficie italiana – pari a 21mila Kmq, cioè una regione grande come l’intera Emilia Romagna – sia impermeabilizzato, a causa della costruzione di edifici e infrastrutture. Una percentuale pari a quasi il doppio della media europea. Il consumo di suolo è elevato nelle aree urbane, in particolare nelle periferie, ma stupisce che nelle zone costiere si raggiunga quasi il 20%. La velocità di consumo, pari a 345 metri quadrati per abitante all’anno, è molto più elevata dei 167 metri quadrati degli anni Cinquanta, e tuttavia in lieve calo rispetto ai 349 del 2013. Corrisponde, in pratica, a 55 ettari al giorno, cioè a 6-7 metri quadrati al secondo. È interessante leggere, pertanto, a questo proposito, l’analisi degli architetti Mauro Giudice e Fabio Minucci che sulla rivista bimestrale nr. 255 del maggio 2014 “Urbanistica Informazioni” curata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica scrivono, dopo l’opportuna fase di analisi e di studio, che “i piani nelle loro accezioni generali dovrebbero mettere da parte le quantità delle previsioni per fondarsi sulla qualità degli interventi. In questa logica sono principalmente due i percorsi da intraprendere: il primo legato alla manutenzione del territorio (per ridurre e superare le situazioni di pericolo e di rischio) e il secondo indirizzato alla rigenerazione urbana (finalizzata al recupero dell’esistente, al riutilizzo degli immobili dismessi, al contenimento del consumo di suolo). Il futuro della città non può significare esclusivamente l’espansione dei suoi confini, ma la valorizzazione dell’esistente passando dall’espansione alla riqualificazione, dall’urbanistica che divora le campagne a quella che rivaluta i luoghi del vivere. Occorre un radicale mutamento dell’approccio al governo del territorio”.

La parola magica, quindi, per far uscire dall’incantesimo della speculazione edilizia e devastazione paesaggistica il nostro Paese, è rigenerazione urbana. Verificati anche i continui decrementi demografici che non giustificano nuove edificazioni, tanto più su terreni agricoli, quando peraltro ci sono almeno 4 milioni di alloggi sfitti e inutilizzati in tutto il Paese e migliaia di siti militari o statali abbandonati, l’unica possibilità è investire enormemente sul patrimonio edilizio, residenziale e industriale, costruito. Utilizzato e soprattutto dimesso. Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, parliamo di un immenso patrimonio dalla cui carta d’identità emergono evidenti i segni del tempo. Ed intervenirci non solo sarebbe salutare da un punto di vista energetico o ambientale, ma anche economico. Tutta la filiera dell’edilizia italiana ne avrebbe immensi giovamenti perché l’80% del patrimonio edilizio italiano è stato realizzato entro il 1985.

E nonostante questa rivoluzione non sia accompagnata dallo Stato, con una strategia nazionale omogenea e visionaria, per le resistenze di certi apparati e conservatorismi, non solo in Italia ma ovunque in Europa sono moltissime, a scala urbana e addirittura territoriale, le iniziative avviate in questi anni orientate a riqualificare frammenti di territorio degradati. Con interventi legislativi su scala regionale mirati che hanno cercato di favorire e indirizzare verso la sostenibilità ambientale la trasformazione dei processi edilizi, sempre più complessi e articolati. E se, per esempio, in taluni casi da Ex-Caserme o da Manifatture dei Tabacchi sono nati, rispettivamente Musei di Arte Contemporanea o Hub per innescare scintille d’innovazione sociale giovanile; in altri, sempre nell’ottica di fermare il consumo di suolo per preservare la bellezza paesaggistica, si è puntato, quando si è ritenuto addirittura inutile progettare un intervento di ristrutturazione edilizia, alla demolizione e ricostruzione del manufatto o dell’intero isolato ridisegnando gli spazi pubblici e gli spazi privati scommettendo sull’efficienza energetica, sui tetti verdi per ridurre le isole di calore, sulle energie rinnovabili, sulla rifunzionalizzazione a fini sociali di aree abbandonate.

In pochi anni, migliaia sono stati gli interventi integrati in tutta Italia di rigenerazione urbanistica a forte impronta ecologica che hanno avuto anche notevoli impatti sociali. Interventi che, sempre più spesso, vedendo il coinvolgimento diretto e proattivo dei cittadini, stanno riscrivendo la storia dell’urbanistica contemporanea e rimodulando l’evoluzione della pianificazione territoriale. Operazioni, infine, che hanno restituito e che consegneranno, almeno nelle intenzioni più nobili, un’estetica e una piacevolezza visiva via via crescente alle nostre città nei prossimi anni. Con l’auspicio che presto, nel mondo, l’Italia torni ad essere “il Bel Paese” per la riscoperta bellezza delle sue città.

Credits: www.ilgiornaledellarchitettura.com

Autore: Giuseppe Milano, giornalista ambientale



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