Social Housing: la risposta giusta al disagio abitativo?

Tra povertà assoluta e povertà relativa, sono oltre 12 milioni gli italiani che vivono in condizioni di forte disagio. Anche e soprattutto abitativo. Tra questi, la stragrande maggioranza è costituita da anziani, giovani, disoccupati, cittadini di origine straniera e donne. L’indicazione ci è fornita dall’Istat, che nel luglio scorso ha pubblicato il suo rapporto annuale (con dati riferiti al 2014) sulla povertà. La sua consultazione è utile perché fotografa nitidamente la realtà italiana nella quale, anche a causa di una crisi economica che non sembra sia stata ancora del tutto superata, le disuguaglianze sociali ed economiche imperversano nel Paese, logorandolo. Soprattutto nel Mezzogiorno. Sempre l’Istat, inoltre, nel corso dell’anno, ha diffuso anche i dati conclusivi riferiti al censimento del 2011.

E sono sorprendenti, pur confermando tendenzialmente le stime elaborate dal Forum “Salviamo il Paesaggio”: gli edifici sarebbero più di 14 milioni e mezzo, per poco più di 31 milioni di appartamenti residenziali; quelli inutilizzati sarebbero addirittura 7 milioni e valutando una media di 2,8 stanze per alloggio otterremmo la cifra mostruosa di quasi 21 milioni di vani vuoti. Obbligandoci ad una riflessione: se 20 anni fa uno delle informazioni di riferimento per interpretare questi numeri era il rapporto abitanti/stanze, oggi dovremmo riferirci al rapporto abitante/edificio. Eppure, nonostante questi dati, proprio quell’insieme di cittadini richiamati in apertura – anziani, giovani, disoccupati, donne, cittadini di origine straniera, ma anche neo coppie di sposi e studenti fuori sede – patisce l’emergenza abitativa. Perché, per reddito non rientrano nella fascia di coloro che potrebbero accedere all’edilizia residenziale pubblica, ma non possono permettersi un affitto oneroso o una rata del mutuo. Per loro, ormai da qualche anno, la risposta giusta è il Social Housing.

Fonte: www.rugiadapoint.it

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Questa “visione”, già consolidata e diventata ordinaria da molti anni nei Paesi della Scandinavia, è stata decodificata nel nostro ordinamento, per la prima volta, con la legge finanziaria del 2008 quando per “alloggio sociale si intende l’unità immobiliare in locazione rivolta a individui e nuclei familiari che non sono in grado di accedere alla locazione di alloggi nel libero mercato”. Non essendoci stata in questi anni, tuttavia, uniformità di giudizio sul social housing, la definizione comunemente accettata è quella fornita dal Cecodhas, ossia dal Comitato Europeo per la Promozione del Diritto alla Casa: «l’insieme delle attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe di assegnazione, a famiglie che hanno difficoltà nel trovare un alloggio alle condizioni di mercato perché incapaci di ottenere credito o perché colpite da problematiche particolari». L’obbiettivo dell’edilizia sociale, quindi, è cercare di fornire alloggi di buona qualità, a canone calmierato, realizzati secondo il criterio della mixité da soggetti sia pubblici sia privati che concorrono a risolvere la diffusa emergenza abitativa presente nelle nostre città, ricucendole socialmente per evitare nuove periferie o nuovi ghetti.

Affrontata e chiarita la dimensione economica, il social housing si distingue da altre politiche abitative, poi, anche per altre due fondamentali ragioni: il carattere etico ed il carattere ecologico. Con il primo aggettivo, infatti, si intende una propensione alla condivisione degli spazi condominiali da parte di chi li vive, favorendo nuove relazioni sociali e ripristinando pragmaticamente l’esperienza del “buon vicinato” diffusa nel passato e smarritasi negli ultimi decenni. Il social housing è poi uno strumento ecologico sia perché è oggi, spesso, una misura di rigenerazione urbana di immobili dismessi e vuoti da tempo; sia perché nella realizzazione di nuovi alloggi o nella ristrutturazione di vecchi si opta per soluzioni energeticamente innovative e sostenibili. È in coerenza a questi principi, perciò, che la Cassa Depositi e Prestiti, creata nel 2009, ha istituito e gestisce il Fondo Investimenti per l’Abitare (Fia) che nel dicembre del 2011 aveva a disposizione per questa tipologia di edilizia sociale quasi 2 miliardi di euro. Da allora ad oggi quasi l’80% delle risorse è stato impiegato e migliaia di alloggi in tutta Italia, anche se principalmente nel centro-nord, sono stati costruiti e sono in via di realizzazione. Una delle esperienze più interessanti di social housing si trova a Milano.

Fonte: www.admnetwork.it

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Nel capoluogo lombardo si trova “Cenni di Cambiamento”: un complesso abitativo da 120 unità, con la stragrande maggioranza di residenti che, uniti in una associazione, gestiscono gli spazi condivisi secondo le proprie possibilità e i propri vissuti. E in questo articolato e creativo contesto abitativo–relazionale si è avviato, a ottobre 2014, il progetto di Arimo, legato al servizio di appartamenti educativi “Chiavi di Casa”, dedicato ai neo maggiorenni seguiti dai servizi sociali. Sempre a Milano, ma più ad ovest, nel quartiere Figino, sempre dall’interazione virtuosa tra soggetti pubblici e privati, è nato “Borgo Sostenibile”, un complesso in social housing da 300 alloggi che, come si intende dallo stesso nome, punta moltissimo sull’ecologia e la qualità del costruito. Quelli citati sono solo due esempi, tra i tanti possibili, ma consentono di capire quali processi, anche sociali, sono in atto e come essi abbiano, probabilmente, favorito o influenzato la redazione della legge regionale sull’home sharing. Provvedimento, volto a colmare un vuoto legislativo e a sanare eventuali equivoci, orientato a disciplinare il mercato delle case per chi affitta in maniera occasionale e non professionale.

Anche la Regione Lazio, tuttavia, in questi anni, muovendo dal proprio Piano Casa e in collaborazione sempre con la Cassa Depositi e Prestiti, ha lavorato per favorire l’edilizia sociale, puntando in modo particolare alla ristrutturazione di edifici esistenti da affittare a canone calmierato, rispettando così il diritto alla casa per tutte le categorie di cittadini in stato di bisogno. Si cita, infine, l’esperienza portata avanti dall’architetto italiano Mario Cucinella ribattezzata “Casa 100k”: ossia la casa da 100 metri quadri da 100mila euro progettata e realizzata secondo i dettami della bioarchitettura e, quindi, altamente eco-sostenibile. Per l’architetto bolognese, questo modello residenziale, idoneo per la tipologia del social housing che prevede tradizionalmente anche la possibilità di acquistare dopo alcuni anni la casa affittata, consente di dare una risposta alle domande di economicità, riduzione di emissioni inquinanti e senso di piacere dell’abitazione. Una casa viva, colorata, che lascia spazio alle differenti identità e modalità di vivere, ma capace di produrre energia utilizzando ogni strategia passiva e attiva per rendere l’edificio una macchina bioclimatica. Nella speranza che, in Italia, sempre più si diffonda il social housing e sia debellata la malaria dell’emergenza abitativa. Perché tutti hanno diritto ad una casa.

Credits cover: www.architectural-review.com

Author: Giuseppe Milano, giornalista ambientale



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